Amnesty International e Human Rights First segnalano che la Polonia potrebbe aver partecipato a operazioni di deportazione di cittadini ucraini dagli Stati Uniti verso un Paese in guerra. Varsavia respinge le accuse, sostenendo di aver svolto esclusivamente il ruolo di Paese di transito.
Il 18 novembre 2025, all’aeroporto di Rzeszów-Jasionka è atterrato un volo di deportazione dell’agenzia statunitense ICE. A bordo si trovavano 50 cittadini ucraini espulsi dagli Stati Uniti.
Non erano presenti familiari ad attenderli. Non sono stati trasferiti in strutture per rifugiati o hotel, ma direttamente dal terminal aeroportuale al valico di frontiera di Medyka–Shehyni e poi consegnati alle autorità ucraine. Secondo un’inchiesta di CNN, alcuni di loro sarebbero stati successivamente inviati al fronte.
I dettagli dell’operazione sono rimasti per mesi poco chiari all’opinione pubblica. Solo una lettera congiunta di Amnesty International e Human Rights First, inviata il 17 aprile 2026 ai ministri degli Interni e degli Esteri polacchi, ha portato alla luce i meccanismi della procedura.
Il contesto politico: Biden, Trump e il programma U4U
Per comprendere il caso bisogna tornare al 2022, quando l’amministrazione di Joe Biden avviò il programma “Uniting for Ukraine”, che consentiva a circa 280.000 ucraini di entrare negli Stati Uniti con permessi umanitari temporanei.
Nel gennaio 2025, la nuova amministrazione di Donald Trump ha sospeso il programma e avviato una politica migratoria più restrittiva, includendo una più ampia campagna di deportazioni.
Secondo i documenti citati dalle ONG, parte dei 50 deportati nel 2025 era entrata negli Stati Uniti proprio tramite U4U e si trovava ancora in attesa di rinnovo del soggiorno al momento dell’espulsione.
Il nodo della Polonia come Paese di transito
La lettera di Amnesty International e Human Rights First non ha ricevuto alcuna risposta ufficiale da parte di Varsavia. Per questo le organizzazioni hanno deciso di renderla pubblica.
“La Polonia non ha concluso alcun accordo con gli Stati Uniti sulle deportazioni. Si tratta di una questione interna tra due Paesi: Ucraina e Stati Uniti”, ha dichiarato all’agenzia Reuters la portavoce del ministero dell’Interno polacco Karolina Głowacka.
Ha aggiunto inoltre che “la Polonia ha agito solo come Paese di transito, garantendo le normali procedure aeroportuali e di frontiera”.
“È possibile che un cittadino ucraino deportato dagli Stati Uniti verso l’Ucraina non abbia diritto di ingresso in Polonia. In tal caso viene effettuato un semplice controllo nell’ambito delle competenze previste dalla legge”, ha affermato Głowacka.
Tuttavia, questa posizione solleva forti dubbi per Amnesty International e Human Rights First. “Le autorità statunitensi hanno trasportato il gruppo in aereo in Polonia e poi lo hanno condotto al confine con l’Ucraina, mentre le forze di sicurezza polacche hanno scortato i deportati oltre il confine”, si legge nella lettera delle organizzazioni.
Diritto internazionale e principio di non-refoulement
“Secondo il diritto internazionale, la Polonia ha l’obbligo di non espellere o rimpatriare persone verso Paesi in cui la loro vita o libertà potrebbero essere in pericolo”, si legge nella lettera.
Il principio di non-refoulement – uno dei pilastri del diritto internazionale dei rifugiati – vieta non solo l’espulsione diretta, ma anche la collaborazione in operazioni che portino a tale risultato.
Come sottolineano le organizzazioni: “L’Ucraina è una zona di guerra attiva e nessuna sua parte può essere considerata sicura per rimpatri forzati”.
Nel maggio 2025 l’alto commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) ha nuovamente chiesto di interrompere i rimpatri verso l’Ucraina, ricordando il conflitto in corso e i rischi diffusi per la popolazione civile. Nel novembre 2025 ha ribadito che “nessuna parte dell’Ucraina dovrebbe essere considerata sicura”.
Tra Ucraina e Washington
La direttrice di Amnesty International Polonia, Anna Błaszczak-Banasiak, ha richiamato la particolare sensibilità politica e morale del caso per la Polonia.
“La Polonia sostiene l’Ucraina dall’inizio dell’aggressione russa, offrendo protezione temporanea a quasi un milione di rifugiati ucraini. Non dovrebbe partecipare ad azioni illegali che separano famiglie, dividono comunità e mettono in pericolo vite umane”.
Secondo le ONG, anche una collaborazione limitata alle infrastrutture aeroportuali o alle scorte di frontiera potrebbe costituire una violazione delle norme internazionali vincolanti per la Polonia.
Più domande che risposte
Restano tuttavia molte incognite. Non sono stati resi pubblici gli elenchi dei passeggeri né i fascicoli individuali delle deportazioni, che includerebbero ordini di espulsione, richieste di asilo o forme di protezione.
Senza questi dati non è possibile stabilire se tra i deportati vi fossero persone ancora coperte da protezione legale attiva. Restano inoltre sconosciuti gli sviluppi successivi al loro ingresso in Ucraina.
“Le autorità polacche devono indagare su questi episodi, stabilire dove si trovino le persone coinvolte e garantire loro protezione contro il respingimento, un trattamento dignitoso e un risarcimento effettivo”, ha dichiarato Błaszczak-Banasiak.
Amnesty International e Human Rights First chiedono la fine della cooperazione con la campagna di deportazioni dell’amministrazione Trump, un’indagine sugli episodi già avvenuti e la localizzazione dei deportati.
Post ICE rimosso
Il 18 agosto 2025 ICE ha annunciato la deportazione di un numero non specificato di cittadini ucraini, pubblicando su X due immagini che mostravano infrastrutture di frontiera ucraine e agenti della Guardia di frontiera davanti a gruppi di persone in abiti civili.
Tuttavia non sono stati forniti dettagli: né il luogo, né il numero dei deportati, né le basi legali dell’espulsione. Il post è stato successivamente rimosso.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da Focus Europe Poland disponibile qui.

